"La polizia ringrazia" (1972), scritto e diretto da Stefano Vanzina.

Premetto che assai interessante è il fatto che un anno dopo, in America, esce nelle sale "Una 44 Magnum per l'ispettore Callaghan " , di Ted Post, che esplora a sua volta il tema della giustizia sommaria contro i delinquenti.
Coincidenza o qualcosa di più?
Tra l'altro, anche lì il poliziotto protagonista è un uomo deciso a sgominare la criminalità in ogni modo e nauseato dal sistema giuridico troppo garantista, ma ha riprovazione e combatte senza esitazione chi voglia scavalcare la 'giustizia' e farsela da sè, arbitrariamente.
Tiornando a "La polizia ringrazia ", esso è considerato il primo poliziottesco italiano, ma secondo me a torto, perchè presenta caratteristiche proprie e solo alcuni motivi saranno poi ripresi dai registi che al poliziottesco si dedicarono alacremente come Lenzi, Massi e Caiano. Per dirne una, manca assolutamente la spettacolarizzazione dell'action che sarà propria di tutti i film del genere.
Film dal cast eccellente, con il sempre ottimo Entico Maria Salerno nel ruolo del commissario 'tutto di un pezzo' Bertone e la più flessibile e democratica compagna, nonchè giornalista di cronaca nera, interpretata da Mariangela Melato. Bravo anche Franco Fabrizi nel ruolo del criminale recidivo Bettarini e difeso dall'avvocato, il noto caratterista Corrado Gaipa. Mario Adorf invece appare poco adatto 'fisicamente' alla parte del procuratore della Repubblica.
Pur curato nei dialoghi, il difetto che subito si riscontra nella sceneggiatura è un eccesso di verbosità e di 'spiegoni', ossia di ripetute illustrazioni sulla impotenza del sistema giudiziario nei confronti della criminalità a causa di leggi che legano le mani alla polizia, dei mezzi di informazione che spacciano 'giustificazionismo' per principi democratici e di giudici che scarcerano troppo facilmente i delinquenti che la polizia 'mette dentro' rischiando la vita tutti i giorni.
In sostanza viene detto troppo, piuttosto che mostrato, come dovrebbe essere per il racconto per immagini che è il cinema.
L'ispirazione di destra di Steno che permea il film appare chiara fin dall'inizio, anche se di fronte all'irrompere sulla scena di un'organizzazione clandestina di giustizieri che uccidono sommariamente i criminali, il regista , che più volte fa emergere l'idea della opportunità di un ritorno alla pena di morte, tramite l'alter ego Bertoni, pare stigmatizzare l'uso della violenza privata.
La trama è presto detta: si parte con una rapina non riuscita e sfociata in una doppia efferata uccisione e nella fuga dei due criminali. Uno dei due si darà alla macchia sequestrando una donna, prima di essere arrestato e l'altro invece finirà vittima di una associazione segreta molto potente che si propone di far fuori, simbolicamente, varie tipologie di delinquenti, accattivarsi l'opinione pubblica ( affiggono anche manifesti che esortano i cittadini ad aiutarli a "tenere Roma pulita" ) e di sovvertire lo stato per instaurare una dittatura di ferro in cui l'ordine inflessibile regni sovrano.
Il commissario Bertone, fra l'incudine e il martello, mentre affronta le indagini per catturare e assicurare alla giustizia i due rapinatori, con tutte le difficoltà derivantegli dalle pressioni esterne, intuisce e si oppone a questo disegno criminoso, ma paga con la vita questa sua fedeltà alle istituzioni e alla legge.





"Mark il poliziotto" (1975)

Una 44 magnum per l'ispettore Terzi, avrebbero potuto intitolare così questo film, per l'evidente eco del personaggio di Callaghan che Dardano Sacchetti, lo sceneggiatore e Stelvio Massi, il regista, vollero che in Franco Gasparri (Mark 'the Narc') si avvertisse distintamente.
In effetti, con tutto il rispetto dovuto ad una icona mondiale come Clint Eastwood, il nostro Gasparri non sfigurava davvero al confronto, con il suo metro e novanta e lo sguardo assassino che fece innamorare migliaia di donne in Italia, negli anni settanta.
Il tentativo di emulazione è evidente in alcune scene, per esempio quando a gambe larghe Mark spara su una macchina in corsa che gli si dirige contro.
Comunque Mark il poliziotto, il primo film della cosiddetta 'trilogia di Mark' è un prodotto ben riuscito, dalle musiche avvincenti ( merito del compositore Stelvio cipriani) , piene di sonorità western, oltre che di quelle funky e sintetizzate tipiche del poliziottesco.
La trama vede il commissario Terzi, a capo della narcotici, cercare di sgominare una banda internazionale di narcotrafficanti capeggiata da un personaggio protetto dalla politica e da altre personalità influenti dello Stato, tale avvocato Benzi ( intepretato da un grande elefante morente del cinema americano, Lee J.Cobb) .
Al solito, come in tutti i poliziotteschi, i metodi d'indagine di Mark non sono perfettamente in linea con la legalità, perchè il nostro eroe mira al risultato e quindi considera valido ogni mezzo per raggiungerlo ( comprese effrazioni di domicilio senza mandato e violenza fisica) e quindi si scontra anche con i superiori che arrivano persino a sospenderlo, quando una cocainomane che Mark stava cercando di strappare al vizio della droga, viene trovata morta per overdose a casa sua.
Comunque tutto finisce per il meglio e Terzi riuscirà a incastrare Benzi come richiesto dal copione.
Il regista Stelvio Massi merita tutto il successo che questo film ebbe nelle sale italiane e anche all'estero, successo dovuto in parte alla presenza di Gasparri, il quale era un idolo delle lettrici di fotoromanzi che corsero quindi in massa ad ammirare il loro principe azzurro sul grande schermo, ma anche alla qualità del girato, con un montaggio dal grande ritmo e con scene di action dirette benissimo, all''americana'.



"Napoli violenta" (1976)

Il regista Umberto Lenzi ha lavorato molto sia con Tomas Milian che con Maurizio Merli, due attori che rappresentano stili di recitazione completamente diversi.
Il primo, che tra l'altro frequentò l'Actor Studio, era capace di esprimere tutta la gamma delle emozioni e dei sentimenti con la sua straordinaria mimica facciale, Merli, invece, aveva più o meno una sola espressione, esternante furore, anche se in possesso di un bel sorriso che quà e là ne illuminava il viso. Insomma, il primo era un'attore eccezionale e il secondo un attore mediocre, che però nelle scene di azione, anche le più pericolose, si riscattava, essendo coraggioso al punto da rinunciare agli stuntman e alle controfigure e avendo atletismo, presenza, timing e ritmo.
In "Napoli violenta", il commissario Betti è proprio Merli, che fin dalle prime battute si presenta come un poliziotto 'giustiziere' dai metodi sbrigativi e poco ortodossi, poco graditi ai suoi superiori. Uno dal cazzotto e dalla pistolettata facile. 'Hardboiled'.
Considerato unanimemente uno dei migliori poliziotteschi dell'epoca, in effetti, il film presenta tutti gli stilemi e tratti che ne hanno fatto la fortuna: Inseguimenti frenetici con le auto ( Lenzi fu uno dei primi ad adoperare una piccola camera collocata all'altezza delle ruote per inquadrature suggestive e dinamiche di grande effetto); omicidi a go go; un pò di splatter; il commissario di ferro che si scontra con l'eccesso di garantismo legale e la morbidezza o l'apatia di magistrati e dirigenti di polizia.

Personalmente trovo "Napoli violenta" godibile, ma non eccelso. La sceneggiatura di Vincenzo Mannino è discreta e Lenzi è un regista degno del suo diploma a pieni voti conseguito al centro sperimentale di cinematografia, ma lo preferisco in altri film nettamente più belli, come "Milano odia".

 
"Napoli spara" (1977), di Mario Caiano

Mario Caiano fu un autore poliedrico, che per oltre un ventennio si è cimentato in quasi tutti i generi cinematografici all'italiana, dal peplum ( "Ulisse contro Ercole" ) al western ( "Duello nel Texas " ) , dall'erotico ( "La svastica nel ventre" ) al poliziottesco: in "Napoli spara", con lo zampino dello sceneggiatore Vincenzo Mannino - che aveva scritto anche "Napoli violenta" - omaggia il collega Umberto Lenzi, in una sorta di sequel di quest'ultimo film, seppur con diversi personaggi e attori e una trama non collegata alla precedente, fatta eccezione del piccolo Massimo Deda, il quale, in entrambe le pellicole interpreta il ruolo di Gennarino, il bambino 'mariuolo' che ha perduto il padre e l'uso di una gamba. In "Napoli spara" egli cresce parecchio in minuti di presenza scenica umoristica e drammatica, con una serie di siparietti gustosi e divertenti e con un finale triste ed inaspettato. La sequenza in cui Gennarino ruba la Lancia Stratos e corre libero, all'impazzata, per i vicoli di Napoli, è forse il momento più lirico del film.
Comunque, in "Napoli spara" il commissario si chiama Betti e non Belli e forse Caiano avrebbe potuto scegliere meglio l'attore principale che ne recita la parte, non avendo Leonardo Manzella, in arte Leonard Mann, particolari doti distintive, a parte il sigaro e l'impermeabile alla Derrick.
Invece più convincente appare la co-star del film, Jeff Blynn , che avrebbe sostituito meglio Maurizio Merli.
Il plot ruota intorno al solito duello fra il poliziotto integerrimo, perspicace e intrepido, che si scontra con il cattivo di turno, Salvatore Santoro ( Henry Silva), un camorrista che semina il terrore in città e che oltre ad essere quasi inafferrabile, gode anche di protezioni importanti ai vertici della criminalità campana.
Il commissario crea una squadra speciale di agenti in borghese ( tra i quali spicca l'atletico Salvatore Guidi, alias Jeff Blynn) che mettono ai ferri corti Santoro, anche se uno di loro perde letteralmente la testa, tagliata di netto, durante un agguato tesogli dai malviventi.

Il regista, che usa la camera in modo moderno, specie all'inizio, con movimenti nervosi, mostra tutta la sua bravura negli inseguimenti e nelle sparatorie sanguinose, conferendo al film un ritmo frenetico e godibile. Ma a nostro avviso avrebbe dovuto snellire il film eliminando alcune sequenze inutili o ridondanti, come quella del pedofilo prima linciato dalla folla e poi castrato dai carcerati, che non sviluppano la trama e sembrano giustapposte forzatamente.

 

"La polizia accusa: il servizio segreto uccide" (1976), di Sergio Martino


Davvero ottima prova di Sergio Martino, già maestro del genere thriller erotico. Un poliziesco con tinte 'nere' e gialle ben diretto e ben scritto (rispetto agli standard medi dei poliziotteschi si evidenzia subito una maggiore attenzione per la scena del crimine e l'esame scientifico degli indizi).
Luc Merenda è perfetto nel ruolo del commissario Solmi e funziona sia nelle scene d'azione che in quelle in cui ci sono fitti dialoghi
Altra stella nel cast, Tomas Milian, che interpreta la parte del personaggio-chiave ad antagonista dapprima mascherato, il capitano dei servizi segreti Sperlì. L'attore cubano offre qui una prova di recitazione molto contenuta ed asciutta: forse non sentiva troppo sua la personalità del cospiratore sotto le mentite spoglie del servitore dello Stato.
Il film si pare con una serie di uccisioni illustri, mostrate con taglio giornalistico, in quanto le vittime sono alti ufficiali dell'esercito e tali morti vengono spacciate per incidenti o suicidi dai loro autori.
Per inciso, efficace esempio di splatter è la sequenza del treno che schiaccia l'uomo che è stato posto sulle rotaie dai suoi assassini, con la camera dell'operatore che viene investita dallo schizzo di sangue della vittima.
Poi viene fatto fuori un perito elettronico che ha un tenore di vita troppo elevato per non destare i sospetti del commissario e che infatti si rivela essere stato un ricattatore che ha condotto un gioco pericoloso con le persone sbagliate. Dell'omicidio è sospettata una prostituta la cui innocenza è comunque intuita subito da Solmi.
Successivamente, nella villa di questo perito post mortem viene arrestato un uomo che tenta di appropriarsi di una bobina dove è registrata la conversazione fra uno di quei militari assassinati, il generale Scotti e un certo avvocato Rienzi, che i servizi segreti rivelano essere lo pseudonimo di un losco individuo che trama cospirazioni .
Negli anni settanta l'odore di colpo di stato c'era di continuo e il cinema lo traspose in molte pellicole, come questa.
Solmi scopre campi di addestramento militare clandestini in Italia e in Germania, che preparano il golpe.
Il giudice istruttore (Mel Ferrer), il dott Mannino, fin dall'inizio è orientato a depistare l'inchiesta e mettere i bastoni fra le ruote agli investigatori, ma quando Solmi produce prove schiaccianti di un ordito di forze oscure e organizzate, tese a rovesciare l'ordine democratico del Paese, il magistrato finalmente pare schierarsi con il poliziotto e assecondarlo.
C'è anche spazio per l'erotismo, con la prostituta, denominata la 'tunisina' ( la bella Paola Tedesco, che ricorda vagamente Antonia Santilli ed ha quasi la stessa capacità di lanciare sguardi provocanti )
Come già detto, i veri autori del crimine Chiarotti cercano di affibbiare la colpa proprio a lei, ma la ragazza si rivela tenace e reattiva e riesce a sfuggire ai suoi aguzzini che l'avevano sequestrata per spingerla a fare una falsa confessione, prima di essere comunque eliminata da un killer.
L'interrogatorio di tale sicario viene condotta con metodi brutali (il solito lenzuolo bagnato che non lascia lividi). Ma poi egli ritratta e tra l'altro viene assassinato in carcere per chiudergli la bocca per sempre.

Nelle battute finali della storia, durante la spettacolare la sequenza dell'attacco della polizia al campo eversivo con gli elicotteri, si scopre che il capitano Sperlì e tale avvocato Renzi sono la stessa persona, destinata a diventare ministro della guerra nel governo golpista che si sta preparando; e nella sequenza conclusiva, dalla suspance ben costruita attraverso un incrocio di immagini, si registra una soluzione particolarmente amara e sorprendente, con l'inaspettata morte dell'eroe, il commissario Solmi e l'apparente sconfitta dello Stato democratico





"Milano rovente" (1973)

Per non far passare l'idea che tutto ciò che il cinema di genere italiano produsse negli anni settanta sia da rivalutare positivamente, faccio l'esempio di "Milano rovente" (1973), di Umberto Lenzi, che fu comunque uno dei registi più dotati di quella stagione cinematografica.
"Milano rovente" è infatti un film modesto e privo di ispirazione originale, con una sceneggiatura e dei dialoghi deboli, ripetitivo nel riproporre gli episodi di una guerra fra due organizzazioni malavitose, quella dei siciliani ( capeggiata dall'attore Antonio Sabato) e quella dei francesi (con Philippe Leroy al suo vertice) e Milano, come teatro dello scontro. 
Si salva solo la fotografia, ma il resto è tutto un grande sbadiglio, nonostante la presenza di qualche buon attore.



"La polizia ha le mani legate" (1975) di Luciano Ercoli

Claudio Cassinelli, qui il commissario Matteo Rolandi, è molto diverso dagli altri attori tipici protagonisti del poliziottesco. In lui, con gli occhiali da intellettuale e la sciarpa civettuola, i registi che lo hanno scelto ( come Ercoli e Martino) scovarono un 'Michael Caine" all'italiana più che un altro brutale paladino della giustizia.
Anche in questo film, le caratteristiche peculiari del personaggio interpretato da Cassinelli sono infatti eleganza, cultura ( legge Melville ), ironia, anche se in duello a fuoco non è secondo a nessuno.
La trama di "La polizia ha le mani legate" si dipana a seguito dell'esplosione di una bomba in un albergo di Milano, che provoca una strage di grande allarme sociale e clamore internazionale, subito collegata all'eversione (nera o rossa, nessuno è certo quale ne sia la matrice) dagli investigatori.
Rolandi opera nella squadra narcotici e si trova nei pressi di quell'hotel per una indagine connessa alla droga e quindi il caso dell'attentato dinamitardo non sarebbe affatto di sua competenza, ma quando il collega ed amico Balsamo ( il buon attore, Franco Fabrizi) viene coinvolto accidentalmente nelle indagini e poi ucciso, egli si dedica completamente alla caccia serrata ai criminali che sono dietro tutta la faccenda e grazie al dettaglio di un paio di occhiali, risale brillantemente al loro proprietario, appunto un giovane attentatore, legato ad una organizzazione che comunque riuscirà ad insabbiare tutto.
Non c'è lieto fine , infatti, perchè ogni prova viene fatta sparire, grazie alle potenti aderenze del gruppo eversivo nelle istituzioni ( un sostituto procuratore della repubblica corrotto).
"La poliza ha le mani legate" è un poliziottesco atipico, scritto da uno sceneggiatore non specialista del genere, Gianfranco Calligarich ( autore del bel noir "Città violenta" ) e diretto da Luciano Ercoli, anche lui non avvezzo al poliziottesco, al quale arrivò dopo avere girato i suoi capolavori thriller " La morte cammina con i tacchi alti (1971) e La morte accarezza a mezzanotte (1972).
Infatti non troviamo alcuni degli stilemi classici, come l'inseguimento a bordo di auto o motociclette con incidenti spettacolari e le scazzottate. Insomma c'è senz'altro povertà di azione.
In compenso, però, si riscontra più cura per il dettaglio, con la caratterizzazione dei personaggi legata anche ai loro tic e alle loro manie ( Balsamo e il suo accendino, il procuratore e la sua mentina, Rolandi e il romanzo "Moby Dick" o la Mercedes di seconda mano e a gas).

Nel complesso il film è discreto e il riferimento al tragico fatto storico di Piazza Fontana ne fa anche il tentativo di un certo impegno civile nel cinema di intrattenimento.


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